Quali regole in Europa?

L’Organizzazione Comune di Mercato ha sostenuto il settore ma c’è ancora troppa confusione. Importante puntare sulla produzione e sulla promozione per contribuire alla ripresa

Dietro alla crescita costante dell’export degli ultimi anni del vino italiano c’è di sicuro l’impegno dei produttori ma anche il “sostegno” dato al settore dall’OCM, l’Organizzazione Comune di Mercato per il Vino. Partita nel 2008 ha portato di riflesso alla riscrittura della legge quadro nazionale che si andrà ad esaurire quest’anno per essere inclusa dal 2014 nella Politica Agricola Comunitaria.

In attesa di sapere l’esito dei negoziati sulla Pac, si sa già che per l’Italia, per la prossima annualità, dovrebbero essere a disposizione 337 milioni complessivi e quindi vale la pena guardarsi un attimo indietro per capire quale sia stato l’impatto di questo strumento fondamentale per la viticoltura europea e per pianificarne al meglio il futuro.

Il bilancio dell’ultima Ocm vino, stilato dalla Commissione Europea è stato estremamente positivo, anche se dal 2007 al 2012 la produzione europea è passata da 186 milioni di ettolitri a 163. Un calo dovuto anche agli andamenti climatici e alla conduzione del vigneto nelle diverse annate, ma soprattutto per la riduzione della superficie del vigneto comunitario, che nello stesso periodo secondo la Commissione europea ha perso 370.000 ettari, il 10% del totale, sia a causa degli incentivi all’estirpo sia per la graduale scomparsa dei budget per la crisi.

Ma se nel complesso in 5 anni la produzione è scesa di 23 milioni di ettolitri e sono diminuiti anche i consumi di ben 12 milioni di ettolitri, nel contempo però sono cresciute decisamente le esportazioni dall’Unione europea passate da 17,8 milioni di ettolitri nel 2007 ai 22,8 milioni di ettolitri del 2011, con un saldo attivo della bilancia commerciale Ue che è salito nel pieno della crisi economica mondiale da 3,2 a 5,7 miliardi di euro, anche grazie ai tanti finanziamenti per la promozione del vino europeo nei paesi terzi.

Ma questo è il passato e ora invece bisogna guardare al futuro e mentre sarà l’Unione Europea a decidere quali saranno i budget per ogni paese produttore, proprio in questi giorni in Italia le organizzazioni di filiera, da Federvini a Unione Italiana Vini, da Coldiretti a Confagricoltura, dalla Confederazione Italiana Agricoltori a Fedagri Confcooperative, stanno tutti dialogando con il ministero delle Politiche Agricole per migliorare la gestione dei bandi nazionali, sia dal punto di vista della ripartizione delle risorse sia della promozione e della ristrutturazione dei vigneti, dalle assicurazioni sul raccolto alla vendemmia verde, oltre che dell’accessibilità e della competitività rispetto ai partner europei, soprattutto sul fronte della promozione.

Tra i nodi più importanti da sciogliere, la possibilità ad oggi non prevista per gli stessi soggetti di proseguire con piani pluriennali, un aspetto fondamentale per affrontare grandi mercati come quelli degli Stati Uniti o della Cina. Importante anche la possibilità di poter giustificare con più semplicità e flessibilità alcune spese realizzate in economia, rivedere alcuni criteri di fatturazione delle spese sostenute all’estero. anche quelle eventualmente sostenute attraverso i distributori locali.

Altro aspetto sotto i riflettori dell’Ocm è quello che riguarda l’annosa questione della liberalizzazione dei diritti di impianto dei vigneti, prevista in un primo momento dal 2015 ma poi rinviata. Su questo aspetto ancora non c’è la dovuta chiarezza. Gli Stati membri con decisione nazionale, possono infatti mantenere i diritti di impianto fino al 2018 ma la Commissione europea era partita da quella regola già scritta mentre il Consiglio europeo sulla base delle conclusioni del Gruppo di alto livello voluto dal Commissario Dacian Ciolos ha indicato che a partire dal 2019 si agirà con i titoli gratuiti per rivedere il quadro dopo sei anni.

Il Parlamento Europeo ha invece votato per mantenere fino al 2030 il blocco degli impianti. Da queste posizioni si ripartirà per la ricerca del compromesso tra le diverse idee che al momento hanno il Consiglio e il Parlamento Europeo, con la Commissione nel ruolo di “facilitatore”. E su questa decisione l’Italia non deve certamente stare a guardare ma difendere co determinazione gli interessi di questo settore che può contribuire in maniera determinante alla crescita economica del Belpaese.